Io, quando ero convinta che riempire la stanza di poster significasse accorciare la distanza tra me e loro.
21/02/02026
La cosa che mi ha colpita di più nell'apprendere la notizia della morte di James Van Der Beek è stata rendermi conto che quella sensazione non mi era nuova.
L’avevo già vissuta. L’avevo già studiata. L’avevo già raccontata.
L’avevo già vissuta. L’avevo già studiata. L’avevo già raccontata.
Sono una fangirl degli anni ‘90.
Una di quelle vere. Quelle che sanno tutte le date, tutti i testi, tutte le interviste. Quelle che costruiscono pezzi di adolescenza attorno a cinque volti stampati sui 100 poster che tappezzano la tua cameretta: soffitto compreso. (Allego foto).
Una di quelle vere. Quelle che sanno tutte le date, tutti i testi, tutte le interviste. Quelle che costruiscono pezzi di adolescenza attorno a cinque volti stampati sui 100 poster che tappezzano la tua cameretta: soffitto compreso. (Allego foto).
Per me quei volti erano (e sono) quelli dei Take That.
Prima la cacciata di Robbie Williams e poi lo scioglimento nel 1996 non sono stati “solo” normali passaggi nel ciclo di vita di una boy band. Sono stati piccoli crolli identitari. Perché non perdevo semplicemente una band. Perdevo la versione di me che sognava attraverso di loro.
Ricordo le lacrime. Ricordo il silenzio dopo l’annuncio. Ricordo la sensazione di vuoto.
Ricordo le lacrime. Ricordo il silenzio dopo l’annuncio. Ricordo la sensazione di vuoto.
Anni dopo, da adulta, studiando per la mia tesi sulle boy band ho scoperto che tutto questo ha un nome: si chiama relazione parasociale e si tratta di una “relazione a senso unico”. Un legame emotivo che il pubblico costruisce con una figura mediatica che, di fatto, non può ricambiare.
È un rapporto senza reciprocità, ma non senza intensità.
Anche guardando Dawson's Creek, io non osservavo semplicemente una storia. Crescevo insieme a Dawson. Mi identificavo nella sua goffaggine romantica e nel suo bisogno di dare senso alle cose.
Ma Dawson non sapeva chi fossi. Mark Owen non sapeva (e ahimè non sa) chi fossi.
Io però sapevo perfettamente chi erano loro per me.
E questo bastava a farmi sentire innamorata.
Io però sapevo perfettamente chi erano loro per me.
E questo bastava a farmi sentire innamorata.
Perché si, ci innamoriamo, ma mai davvero di persone mediatiche. Ci innamoriamo di archetipi. Nelle boy band la struttura è più o meno sempre la stessa: il ribelle, il romantico, il leader, il buffone, il ragazzo della porta accanto.
E ognuna di noi sceglie, inconsciamente, quello che risuona con una parte del proprio desiderio.
E ognuna di noi sceglie, inconsciamente, quello che risuona con una parte del proprio desiderio.
Ma la teoria degli archetipi non è solo psicologia junghiana: è uno strumento potentissimo che viene utilizzato anche nel branding e nella sceneggiatura. I brand costruiscono la propria identità attorno a figure archetipiche riconoscibili così come gli sceneggiatori quando danno vita ai loro personaggi. È un linguaggio universale: l’eroe, il ribelle, l’innocente, l’amante. Li riconosciamo subito perché abitano già dentro di noi.
Anche Dawson Leery era un archetipo potentissimo: l’adolescente idealista, ingenuo, innamorato dell’idea dell’amore. Amarlo significava esercitare un certo tipo di immaginazione sentimentale, ma confesso che il mio era più vicino a quello di Peacy.
E cosa succede quando l’attore che interpretava quel personaggio muore? Non piangiamo solo lui. Piangiamo chi eravamo quando lo amavamo.
Perché le relazioni parasociali sono contenitori di identità durante un’adolescenza in cui il mondo diventa più complesso. E in quel caos, le isole delle boy band e delle serie tv - per citare Inside Out - offrono stabilità, narrazioni coerenti, un luogo sicuro dove depositare desideri e paure.
Le relazioni parasociali non finiscono con l’adolescenza. Cambiano oggetto, ma non struttura. Oggi non attacchiamo più poster al muro. Ma continuiamo a costruire micro-legami simbolici con personaggi, scrittori, musicisti, podcast, creator.
E la storia ciclicamente di ripete. Ogni generazione ha e ha avuto il suo Dawson.
Ogni generazione ha e ha avuto la sua boy band.
Ogni generazione ha e ha avuto la sua boy band.
Io, per fortuna, ho ancora la mia. Grazie ai Take That – che negli anni da cinque sono diventati quattro, poi di nuovo cinque, e da tredici anni sono tre – continuo ad alimentare la mia educazione sentimentale.
Perché attraverso di loro ho imparato a desiderare. A idealizzare. A proiettare. A soffrire per qualcosa che non potevo avere.
Ho imparato la distanza. L’attesa. L’illusione. E anche la trasformazione.
L’educazione sentimentale non avviene solo nelle relazioni reali. Avviene anche nelle relazioni immaginate. Nei legami a senso unico che ci permettono di esercitare emozioni in uno spazio protetto. Le mie relazioni parasociali sono state una vera e propria palestra emotiva: mi hanno insegnato cosa mi attrae, cosa mi consola, cosa mi fa sentire vista, anche quando non lo sono davvero. Sono state il laboratorio dei miei sentimenti.
E forse è per questo che la morte di un attore ci scuote così profondamente: perché tocca il luogo in cui abbiamo imparato a sentire per la prima volta.
Oggi sono adulta. Ho relazioni reali, complesse, reciproche.
Ma quella ragazza con i poster sul soffitto esiste ancora. Non come regressione, ma come fondamento. Ogni volta che ascolto una loro canzone, vado ad un loro concerto, compro un loro album, non sto tornando indietro. Sto riconoscendo la strada che ho fatto. Perché il motto fo tutte le Thatter del mondo è Never forget where you're coming from.
Li seguo. E li seguirò. Finché morte non ci separi.
Ma quella ragazza con i poster sul soffitto esiste ancora. Non come regressione, ma come fondamento. Ogni volta che ascolto una loro canzone, vado ad un loro concerto, compro un loro album, non sto tornando indietro. Sto riconoscendo la strada che ho fatto. Perché il motto fo tutte le Thatter del mondo è Never forget where you're coming from.
Li seguo. E li seguirò. Finché morte non ci separi.
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