27/01/2026
Il 27 gennaio, Giornata della Memoria, non ricordiamo soltanto luoghi e date: ricordiamo un sistema. Una macchina di disumanizzazione che usò persino la semplicità dei colori per trasformare gli esseri umani in categorie, simboli, “tipi”.Nei campi di concentramento nazisti il colore parlava, comunicava, classificava. Un triangolo di stoffa applicato sulla giubba bastava a dire tutto ciò che bisognava sapere su quella persona, o meglio: tutto ciò che il sistema voleva far credere che fosse.
Non un nome, non una storia, non un volto.
Solo un colore.
Non un nome, non una storia, non un volto.
Solo un colore.
Un triangolo rosso per il politico.
Uno verde per il criminale comune.
Un viola per il Testimone di Geova.
Un rosa per l’omosessuale.
Un nero per chi veniva definito “asociale”.
Un marrone per i Rom e Sinti.
E un giallo, a volte doppio, per formare la stella degli ebrei.
Uno verde per il criminale comune.
Un viola per il Testimone di Geova.
Un rosa per l’omosessuale.
Un nero per chi veniva definito “asociale”.
Un marrone per i Rom e Sinti.
E un giallo, a volte doppio, per formare la stella degli ebrei.
In quella grammatica visiva non c’era spazio per l’individuo: solo per ciò che doveva rappresentare. Il colore non significava emozione o espressione: significava destino.
Tra le persone che ricevettero quel marchio c’era anche un ragazzo di diciassette anni.
Si chiamava Germano Facetti.
Si chiamava Germano Facetti.
Era il 1944 quando venne deportato a Mauthausen. Aveva partecipato alla Resistenza, insieme a un amico, e per questo era stato arrestato, interrogato, torturato. Poi il viaggio in treno, gli 83 compagni di vagone, la discesa nell’incubo.
Eppure in quel mondo fatto di regole crudeli, lavoro forzato e fame, Germano riuscì a ritagliarsi un minuscolo spazio di libertà: un taccuino.
Piccolo, 14x10 centimetri.
Rilegato con filo di rame.
Ricoperto con il tessuto dell’uniforme da deportato.
Piccolo, 14x10 centimetri.
Rilegato con filo di rame.
Ricoperto con il tessuto dell’uniforme da deportato.
Un oggetto costruito con ciò che aveva, che non era quasi nulla. Ma dentro quelle pagine, Germano disegnava, annotava, fissava frammenti di vita.
Era il suo modo per ricordare a se stesso che, nonostante tutto, era vivo.
Era il suo modo per ricordare a se stesso che, nonostante tutto, era vivo.
Molti anni dopo, avrebbe scritto: “Noi, che eravamo completamente nudi davanti ai nostri aguzzini, possedevamo di nuovo qualcosa di nostro: la sensazione di essere vivi… Ora sento la necessità di raccontare, perché i più giovani possano capire a quali bestialità può condurre l’odio.”
Il taccuino è sopravvissuto. Lui pure.
Sopravvissuto alla barbarie, Germano avrebbe poi dedicato la sua vita a qualcosa che del linguaggio visivo rappresenta l’essenza più libera e umana: il design.
Divenne uno dei più influenti art director del Novecento.
Alla Penguin Books rivoluzionò il modo di pensare le copertine, dando ordine, ritmo e soprattutto colore a un mondo che – questa volta – non voleva classificare persone, ma orientare lettori.
Alla Penguin Books rivoluzionò il modo di pensare le copertine, dando ordine, ritmo e soprattutto colore a un mondo che – questa volta – non voleva classificare persone, ma orientare lettori.
Arancione per la fiction.
Rosso per il teatro.
Rosa per i viaggi.
Verde per i crime (quelli che poi Mondadori trasformò in Gialli gialli).
Rosso per il teatro.
Rosa per i viaggi.
Verde per i crime (quelli che poi Mondadori trasformò in Gialli gialli).
Per la prima volta dopo tanto tempo, il colore smetteva di essere un marchio e tornava ad essere un’intenzione. Una scelta.
La storia di Germano ci insegna che il colore non significa, ma comunica. è un linguaggio potente, ma il modo, lo spazio e il tempo in cui lo usiamo dice qualcosa di noi.
La scelta di una tinta non è mai neutra.
Nemmeno oggi.
Nemmeno oggi.
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